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un punto di vista
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architettura organica
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Il Beaubourg compie 40 anni
Il Beaubourg compie 40 anni
la fabbbrica-città: Ferrania
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un punto di vista

un punto di vista / a point of view

A mio avviso il progetto di un edificio è una attività che rientra nel campo della ricerca.

Il progettista valuta i componenti di un edificio (gravità, funzionalità, costi, materiali, tecnologia, cultura del tempo e del luogo) come tante variabili in un sistema di equazioni. Ogni variabile dipende dalle altre.

Il sistema è risolto quando ogni variabile ha un valore preciso e quando questo processo viene risolto con eleganza e intelligenza si ottiene una buona architettura.

L’odierno trend spesso mostra un diverso approccio. A volte apertamente dichiarato dai progettisti.

Essi hanno in testa un sogno, una visione, una forma accattivante, che vogliono condividere con la gente: vortici, nuvole, bolidi…

Come risultato a volte viene da dire “no grazie, preferisco sognare i miei sogni!”

Senza fare nomi di architetti o scegliere immagini di edifici contemporanei, pubblico qui sotto i miei “sogni”: le mie forme accattivanti Credo di averle scelte bene, ma spero di non essere troppo cheap!

In my opinion the design of a building is an activity that falls within the field of research.
The designer evaluates the components of a building (gravity, functionality, costs, materials, technology, culture of time and place) as many variables in a system of equations. Each variable depends on the others.
The system is solved when each variable has a precise value and when this process is solved with elegance and intelligence a good architecture is obtained.
Today’s trend often shows a different approach. Sometimes openly stated by the designers.
In mind they have a dream, a vision, a captivating form, which they want to share with people: whirlpools, clouds, bolides …
As a result sometimes comes to say “no thanks, I prefer to dream my dreams!”

Without naming architects or choosing images of contemporary buildings, I publish my “dreams” below: my captivating shapes. I think I chose them well, but I hope I’m not too cheap!

architettura organica

architettura organica / organic architecture

L’immagine di sopra è la celebre Casa sulla cascata (1939) di F.L Wright, ideatore di uno stile architettonico definito architettura organica.

Riporto da Wikipedia:

“L’architettura organica può riconoscersi nel programma di Wright per le prairie houses, che sembra plasmare la struttura della costruzione armonizzandola con l’uomo e l’intorno ambientale; è la realizzazione di quel nuovo sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale che è il fine essenziale di questa architettura e che raggiunge nelle opere di questo maestro il suo livello più alto.

Ecco i punti più importanti di questo progetto organico:

ridurre al minimo le partizioni, l’aria e la luce devono permeare l’insieme realizzando un’unità architettonica;
creare un’armonia dell’edificio con l’ambiente esterno accentuando l’aggetto delle superfici orizzontali della casa;
rendere l’abitazione più libera, umana ed abitabile eliminando la concezione delle stanze come luogo chiuso;
dare proporzioni logiche ed umane alle aperture interne ed esterne rendendole naturalmente ricorrenti in tutta la struttura dell’edificio;
evitare le combinazioni di diversi materiali, usando per quanto possibile un unico materiale la cui natura deve legarsi all’edificio divenendo espressione della sua funzione;
incorporare organicamente gli impianti come elementi interreagenti nella struttura dell’edificio;
far divenire l’arredamento parte integrante dell’edificio come architettura organica col tutto.
In tempi più recenti nuovi settori dell’architettura rispettosi della natura come l’architettura bioclimatica, l’architettura sostenibile, l’arcologia, l’architettura alternativa, l’architettura ecologica (o bioarchitettura) hanno portato nuovi apporti specialistici.

Questa ricerca però è da sempre ossatura portante dell’Architettura organica, che può essere definita come “madre” di tutte le architetture che tendono all’armonia tra uomo, tecnologia e natura.”

Cos’altro aggiungere?

The image above is the famous House on the waterfall (1939) by F.L Wright, creator of an architectural style called organic architecture.

From Wikipedia:

“Organic architecture can be recognized in Wright’s program for prairie houses, which seems to shape the structure of the building by harmonizing it with man and the surrounding environment; it is the realization of that new system in balance between the built environment and the natural environment that it is the essential purpose of this architecture and it reaches its highest level in the works of this master

These are the most important points of this organic project:

minimize the partitions, the air and the light must permeate the whole creating an architectural unit;
create a harmony of the building with the external environment accentuating the overhang of the horizontal surfaces of the house;
make the home freer, human and habitable by eliminating the conception of the rooms as a closed place;
give logical and human proportions to the internal and external openings making them naturally recurrent throughout the building structure;
avoid combinations of different materials, using as much as possible a single material whose nature must bind to the building, becoming an expression of its function;
organically incorporating the installations as interreactive elements in the building structure;
make the furniture an integral part of the building as an organic architecture with the whole.
In more recent times, new architectural sectors that are respectful of nature, such as bioclimatic architecture, sustainable architecture, arcology, alternative architecture, ecological architecture (or bioarchitecture) have brought new specialist contributions.

This research, however, has always been the backbone of organic architecture, which can be defined as “mother” of all the architectures that tend to harmony between man, technology and nature. “

What else to say?

Il Beaubourg compie 40 anni

Il Beaubourg compie 40 anni/The Beaubourg turns 40 years old

Conoscevo l’edificio progettato da Renzo Piano e Richard Rogers attraverso gli studi di architettura e lo apprezzavo molto ma mentre percorrevo per la prima volta Rue Berger e vidi la parte destra del museo sovrastare gli edifici intorno ebbi la sensazione di essere magneticamente attratto da quello che scorgevo e accelerai notevolmente il passo. Notai la stessa cosa accadere a chi era con me e agli altri turisti sulla strada. Giunto in piazza George Pompidou di fronte all’intero edificio espressi il mio stupore:”…!”

Se trovai gli esterni emozionanti la vera sorpresa la ebbi una volta entrato.

In quegli anni, evidentemente per una particolare combinazione socio-economica, in Europa i governi facevano a gara a chi costruiva i più spettacolari edifici pubblici (teatri, musei, biblioteche). Qualcuno li definì le cattedrali contemporanee attraverso le quali una nazione poteva rappresentare la propria ricchezza e devozione alla Cultura. Il merito del centro George Pompidou va oltre l’auto celebrazione ma dà forma ad un inedito concetto di “allestimento museografico”, percepito dalla sensibilità dei due architetti, che cambierà le modalità di fruizione delle arti e della cultura in generale.

L’aspetto di una sorta di “fabbrica”, piazzata lì fuori scala e senza alcun riferimento al contesto storico, ha il merito di rappresentare con grande forza il Centro Culturale come un punto nodale, una formidabile “emergenza”- banalmente la “fabbrica della cultura” – ma è la conseguenza di altre considerazioni, quelle che hanno generato l’archetipo che l’arte contemporanea aspettava.

Tutti gli artisti vorrebbero esporre in uno spazio correttamente immaginato intorno alle loro opere e d’altro canto anche i curatori delle mostre vorrebbero superare i limiti che uno spazio imposto determina a svantaggio del “racconto” che intendono sviluppare. Invece spesso accade che le opere vengono selezionate per essere inserite correttamente in uno spazio esistente e i curatori adattano il proprio “racconto museale” agli spazi che trovano.

L’intuizione dei progettisti fu quella di immaginare gli otto piani di cui è composto (per una superficie totale di circa 45.000 mq) sgombri da strutture portanti, con gli impianti tecnologici trasferiti sul retro e quelli di risalita sul fronte: ampi spazi liberi per essere adattati, con paratie mobili e sistemi di illuminazione versatili, alle mostre di arte contemporanea. Per la prima volta gli spazi vengono progettati intorno alle opere d’arte per creare un tutt’uno e l’allestimento può avvalersi di un “progetto museografico” compiuto.

Il passaggio da “oggetti” a “spazi”, da “spettatori” a “partecipanti” trova la massima espressione, pochi anni dopo l’inaugurazione del Centro, in una mostra che alcuni critici hanno ritenuto una delle più influenti degli ultimi 35 anni e capace di cambiare le idee sull’arte contemporanea: Les Immatériaux.

Curata dal filosofo Jean-François Lyotard e da Thierry Chaput, gli oggetti esposti erano immateriali, non-oggetti (luce, suoni, energia, odori, tempo) e il “progetto museografico” era la sola parte visibile.

Il Beaubourg compie 40 anni… buon compleanno!!!

I knew the building designed by Renzo Piano and Richard Rogers through my architectural studies and I appreciated it a lot but as I walked down Rue Berger, for the first time, and saw the right side of the museum above the houses around I had the feeling of being magnetically attracted to what I saw, and I greatly accelerated the pace. I noticed the same thing happened to those who were with me and the other tourists on the road. When I reached George Pompidou Square in front of the building, I expressed my astonishment: “…!”

If the exteriors excited me, I had the real surprise once inside.

In those years, evidently due to a particular socio-economic combination, governments in Europe competed to make the most spectacular public buildings (theaters, museums, libraries).

Some called them the contemporary cathedrals through which a nation could represent its wealth and devotion to culture. The merit of the George Pompidou Center goes beyond self-celebration but gives shape to an unprecedented concept of “museographic project”, perceived by the sensitivity of the two architects, which will change the way we appreciate art and, in general, culture.

The appearance of a sort of “factory”, out of scale and without any reference to the historical context, has the merit of representing very well the Cultural Center as a nodal point, a formidable “emerging” – trivially the “factory of culture” – but it is the consequence of other considerations, those that have generated the archetype that contemporary art waited for.

All the artists would like to exhibit in a correctly imagined space around their works and on the other hand even the curators of the exhibitions would like to overcome the limits that an imposed space determines to the disadvantage of the “story” they intend to develop. Instead it often happens that the works are selecetd to be inserted in an existing space and the curators adapt their “museographic tell” to the spaces they find.

The designers’ intuition was to imagine the eigth floors of which it is composed (45,000 square meters in total) free of load-bearing structures, with the technological systems transferred to the back and stairways and elevators on the front: ample free space to be adapted, with movable bulkheads and versatile lighting systems, to contemporary art exhibitions. For the first time the spaces are designed around the works of art to create a whole and the installation can make use of an accomplished “museographic project”.

The passage from “objects” to “spaces”, from “spectators” to “participants” finds its maximum expression, a few years after the inauguration of the Center, in an exhibition that some critics considered one of the most influential of the last 35 years and capable of changing ideas about contemporary art: Les Immatériaux.

Curated by the philosopher Jean-François Lyotard and Thierry Chaput, the exhibits were immaterial, non-objects (light, sounds, energy, smells, time) and the “museographic project” was the only visible part.

The Beaubourg turns 40… happy birthday !!!

la fabbbrica-città: Ferrania

la fabbbrica-città: Ferrania / the factory-city: Ferrania

Ferrania, la località di Cairo Montenotte, prende il nome dalla industria-colosso che nel dopoguerra fece la storia della fotografia e del cinema.

200 ingegneri assunti nei reparti tecnici e quasi 6.000 dipendenti, un vero e proprio paese con gli edifici per gli operai e per i direttori, per gli accasati o per i single. Mensa, dopolavoro e spazi per attività ludiche e sportive, cinema, biblioteca, solarium, biciclette numerate per spostarsi e la stazione del treno per favorire i pendolari.

3 turni al giorno e per non rovinare le pellicole fotosensibili in alcuni reparti si lavorava completamente al buio per otto ore.

La città come un microcosmo dove, mi immagino, da una parte la classe operaia che lotta per la propria emancipazione e dall’altra le forze del capitale volte a perpetuare le proprie leggi di sviluppo contro questa emancipazione, che condividono uno spazio fisico urbano, case, strade, piazze: Ferrania.

Anche il nome assomiglia a quelli che Italo Calvino aveva immaginato per le sue Città Invisibili! (Diomira, Isaura, Fedora…)

La storia di Ferrania è raccontata nelle sale dell’interessante Ferrania Film Museum a Cairo Montenotte, aperto da pochi mesi. Un’esposizione che narra la storia sociale e culturale della fabbrica e offre una lettura multidisciplinare tra cinema, fotografia, letteratura e territorio.

Ferrania, the city of Cairo Montenotte, takes its name from the industrial giant that has made the history of photography and cinema after the war.

200 engineers hired in the technical departments and almost 6,000 employees, a real town with workers’ houses, with flats for managers and workers, for married or singles. Canteens, spaces for recreational and sports activities, cinema, library, solarium, numbered bicycles to move around and the railway station to support commuters.

3 shifts a day and in order not to damage the photosensitive films in some departments people worked for eight hours completely in the dark.

A town as a microcosm where, I imagine, on the one hand the working class struggling for its own emancipation and on the other the forces of capital aimed at perpetuating its own laws of development against this emancipation that share an urban physical space, houses, streets, squares: Ferrania.

Even the name resembles those that Italo Calvino had imagined for his Invisible Cities! (Diomira, Isaura, Fedora…)

The story of Ferrania is told in the rooms of the interesting Ferrania Film Museum in Cairo Montenotte, inaugurated a few months ago. An exhibition that tells the social and cultural history of the factory and offers a multidisciplinary reading between cinema, photography, literature and territo