Il Beaubourg compie 40 anni/The Beaubourg turns 40 years old

Conoscevo l’edificio progettato da Renzo Piano e Richard Rogers attraverso gli studi di architettura e lo apprezzavo molto ma mentre percorrevo per la prima volta Rue Berger e vidi la parte destra del museo sovrastare gli edifici intorno ebbi la sensazione di essere magneticamente attratto da quello che scorgevo e accelerai notevolmente il passo. Notai la stessa cosa accadere a chi era con me e agli altri turisti sulla strada. Giunto in piazza George Pompidou di fronte all’intero edificio espressi il mio stupore:”Nooo…”

Se trovai gli esterni emozionanti la vera sorpresa la ebbi una volta entrato.

In quegli anni, evidentemente per una particolare combinazione socio-economica, in Europa i governi facevano a gara a chi costruiva i più spettacolari edifici pubblici (teatri, musei, biblioteche). Qualcuno li definì le cattedrali contemporanee attraverso le quali una nazione poteva rappresentare la propria ricchezza e devozione alla Cultura. Il merito del centro George Pompidou va oltre l’auto celebrazione ma dà forma ad un inedito concetto di “allestimento museografico”, percepito dalla sensibilità dei due architetti, che cambierà le modalità di fruizione delle arti e della cultura in generale.

L’aspetto di una sorta di “fabbrica”, piazzata lì fuori scala e senza alcun riferimento al contesto storico, ha il merito di rappresentare con grande forza il Centro Culturale come un punto nodale, una formidabile “emergenza”-  banalmente la “fabbrica della cultura” – ma è la conseguenza di altre considerazioni, quelle che hanno generato l’archetipo che l’arte contemporanea aspettava.

Tutti gli artisti vorrebbero esporre in uno spazio correttamente immaginato intorno alle loro opere e d’altro canto anche i curatori delle mostre vorrebbero superare i limiti che uno spazio imposto determina a svantaggio del “racconto” che intendono sviluppare. Invece spesso accade che le opere vengono realizzate “ad hoc” per essere inserite correttamente in uno spazio esistente e i curatori adattano il proprio “racconto” agli spazi che trovano.

L’intuizione dei progettisti fu quella di immaginare i sei piani di cui è composto (ognuno più grande di un campo da calcio) sgombri da strutture portanti, con gli impianti tecnologici trasferiti sul retro e quelli di risalita sul fronte: ampi spazi liberi per essere adattati, con paratie mobili e sistemi di illuminazione versatili, alle mostre di arte contemporanea. Per la prima volta gli spazi vengono progettati intorno alle opere d’arte per creare un tutt’uno e l’allestimento può avvalersi di un “progetto museografico” compiuto. 

Il passaggio da “oggetti” a “spazi”, da “spettatori” a “partecipanti” trova la massima espressione, pochi anni dopo l’inaugurazione del Centro, in una mostra che alcuni critici hanno ritenuto una delle più influenti degli ultimi 35 anni e capace di cambiare le idee sull’arte contemporanea: Les Immatériaux

Curata dal filosofo Jean-François Lyotard e da Thierry Chaput, gli oggetti esposti erano immateriali, non-oggetti (luce, media, energia, tecnologia, tempo) e il “progetto museografico” era la sola parte visibile.

Il Beaubourg compie 40 anni… buon compleanno!!!

I knew the building designed by Renzo Piano and Richard Rogers through my architectural studies and I appreciated it a lot but as I walked down Rue Berger, for the first time, and saw the right side of the museum above the houses around I had the feeling of being magnetically attracted to what I saw, and I greatly accelerated the pace. I noticed the same thing happened to those who were with me and the other tourists on the road. When I reached George Pompidou Square in front of the building, I expressed my astonishment: “Nooo …”

If the exteriors excited me, I had the real surprise once inside.

In those years, evidently due to a particular socio-economic combination, governments in Europe competed to make the most spectacular public buildings (theaters, museums, libraries).

Some called them the contemporary cathedrals through which a nation could represent its wealth and devotion to culture. The merit of the George Pompidou Center goes beyond self-celebration but gives shape to an unprecedented concept of “museographic project”, perceived by the sensitivity of the two architects, which will change the way we appreciate art and, in general, culture.

The appearance of a sort of “factory”, out of scale and without any reference to the historical context, has the merit of representing very well the Cultural Center as a nodal point, a formidable “emerging” – trivially the “factory of culture” – but it is the consequence of other considerations, those that have generated the archetype that contemporary art waited for.

All the artists would like to exhibit in a correctly imagined space around their works and on the other hand even the curators of the exhibitions would like to overcome the limits that an imposed space determines to the disadvantage of the “story” they intend to develop. Instead it often happens that the works are made “ad hoc” to be inserted in an existing space and the curators adapt their “story” to the spaces they find.

The designers’ intuition was to imagine the six floors of which it is composed (each larger than a football field) free of load-bearing structures, with the technological systems transferred to the back and stairways and elevators on the front: ample free space to be adapted, with movable bulkheads and versatile lighting systems, to contemporary art exhibitions. For the first time the spaces are designed around the works of art to create a whole and the installation can make use of an accomplished “museographic project”.

The passage from “objects” to “spaces”, from “spectators” to “participants” finds its maximum expression, a few years after the inauguration of the Center, in an exhibition that some critics considered one of the most influential of the last 35 years and capable of changing ideas about contemporary art: Les Immatériaux.

Curated by the philosopher Jean-François Lyotard and Thierry Chaput, the exhibits were immaterial, non-objects (light, media, energy, tecnology, time) and the “museographic project” was the only visible part.

The Beaubourg turns 40… happy birthday !!!